Recensione: The Batman
- antoniovalentino5
- 21 mar 2022
- Tempo di lettura: 4 min
Rotten Tomatoes: 85 %
Voto The House: 7,7
Attualmente disponibile su: Cinema

Sono stati necessari cinquantasei anni per una trasposizione cinematografica sincera, senza filtri o veli di sorta alcuna, di Gotham City.
Gotham é oscurità, Gotham é il vicolo notturno nel quale dilaga l'immoralità dell'animo umano, Gotham è il luogo nel quale Alex DeLarge (insieme alla sua banda di "Drughi") può sfogare il proprio io, Gotham é rifugium peccatorum; Gotham é horror. Finalmente, con Matt Reeves, Gotham si avvicina alla sua funzione originale, la Sodoma che ha abbandonato il patto dell'Eterno, la città che è in grado di stuprare anche un angelo, il simbolo della depravazione morale, umana e politica dei tempi moderni. Gotham ci viene qui mostrata come fango, come acqua perenne che sgorga incessantemente dal cielo plumbeo, come la mazzetta che l'ha edificata, come falsitá e compromesso financo degli uomini probi e onesti. Rispetto alla trilogia piú recente di Cristopher Nolan, ove il marcio di Gotham era ripulito dalla formalità e dalla pomposità delle ambientazioni cittadine (in un microcosmo che appariva più simile a Manhattan che alla "Sin City" di Miller), qui non vi è mai consolazione estetica. Le piazze sono trapezoidali, le autostrade sono rattoppate con nastri e birilli, le linee ferroviarie fanno concorrenza alla Metro B Rebibbia-Laurentina, i sobborghi sembrano la Los Angeles di "Blade Runner".

Ed é la costruzione di una simil Gomorra biblica a fornire una perfetta sinfonia (cacofonica invero) all'intero del quale posizionare la figura di Bruce Wayne / Batman / Vendetta. Bruce (Robert Pattinson) é una bellezza morta, un personaggio di estetica bartoniana, con fattezze fisiche difficilmente riconducibili all'uomo pipistrello al quale siamo sempre stati abituati. A Gotham City Bruce, che all'epoca aveva solo 8 anni, vide i suoi genitori morire in seguito ad una rapina. Fu proprio a causa di quel traumatico evento che giurò che nessun altro avrebbe dovuto soffrire quello che lui aveva sofferto quella notte, preparando così la strada a Batman. Nel "gangster movie" odierno Bruce ci appare stanco, affamato, in un delirio di giustizia che a tratti pare a-teleologico.
"Il talento fa quel che deve il genio fa quel che può", e Batman in un costante atto di autodeterminazione tenta di portare giustizia in tutte le situazioni nelle quali egli è in potenzia di agire (e questa mancanza di sistematicità inevitabilmente ridurrà l'efficienza del suo operato). La vendetta lentamente pare corrodere la mente di un uomo consumato dallo stress (che ricorda in alcune inquadrature il Jake Gyllenhhaal di "Nightcrawler"), un emo-core divorato dai traumi mai superati.

Affascinante che Reeves ci doni quasi unicamente il Batman vendicatore, non il Bruce Wayne filantropo e dongiovanni al quale ci avevano abituato Nolan e Christian Bale. Il Batman di Pattinson é leggero, soffre un armatura che pare troppo pesante (e non solo in senso meramente fisico) per lui, tanto umano da essere fatto di sangue e lividi. La regia ci fa vivere i suoi colpi, possiamo ascoltare l'intensità delle nocche che schiacciano le mandibole, possiamo percepire sulla nostra pelle il respiro affannoso della fatica, il sudore ed il sangue misto ad acqua piovana.
E' portato in scena un Batman finalmente investigatore (i riferimenti a "Seven" e "Zodiac" nella pellicola sono evidenti e non taciuti), un vigilante mascherato il quale ha pochi punti di comunione con il personaggio creato da Nolan (il quale, per rimanere in ambito cultura pop, era una sorta di Bowser in "Super Mario" per forza ed ineluttabilità, un mostro finale forgiato direttamente da Ra's al Ghul in persona).

La fotografa é la protagonista principale della pellicola. Il buio é intensissimo (Reeves compie una scelta molto simile a quella di Ridley Scott nella prima parte de "Le Crociate" ed in "Blade Runner") ed i pochi momenti di luce sono suggeriti come un sospiro di sollievo in faccia allo spettatore. Alcune scene hanno una costruzione registica senza eguali nel mondo dei cinecomics; il corridoio di buio, all'interno del quale i colpi di fucile degli avversari di Batman fungono da torce, é grande cinema d'azione (gli amanti di "Star Wars" ricorderanno una scena estremamente simile con la spada laser rossa di Darth Vader in "Rogue One"). Interessante che i momenti di luce difficilmente siano naturali, in quanto creati da mitragliatrici, cartelloni pubblicitari, fumogeni intensi. Scelta registica che ben si sposa con il buio raffigurante la corruzione morale di Gotham.

L'Enigmista di Paul Dano tesse la tela sulla quale si muovono tutti i personaggi. A prescindere dai giochi di parole, a volte troppo fanciulleschi e forzati, quando Paul Dano é in scena con il suo viso innocente, la sua presenza é mastodontica. Recitando per sottrazione (così come aveva fatto anni prima ne "Il Petroliere" ed in "Prisoners"), riesce a dare vita alle scene più intense della pellicola. L'Enigmista ritiene Batman un suo alleato, l'alfiere più importante di una partita a scacchi votata a smascherare l'iniquità di Gotham City. Nonostante l'evidenza empirica, non riesce a fare i conti con la realtà che Bruce Wayne possa essere Batman e viceversa; c'è da comprenderlo, in una visione così manichea della lotta di classe, è impossibile concepire che il membro più alto della classe dirigente (Bruce Wayne) possa insudiciarsi le suole ponendosi a difesa della classe operaia.

The Batman ci appare come la razionalizzazione ed il paradigma di tutti gli elementi che nei Batman precedenti avevano funzionato: l'ispirazione dei combattimenti dei videogiochi di Arkham, la regia visionaria di Tim Burton, la filosofia e l'anti-climax di Nolan. Ciò premesso, per tutta la pellicola mi sono domandato dove fosse il portale magico che aprisse un multiverso con il Batman di Michael Keaton e quello di Christian Bale e quando sarebbero entrati in scena il Joker di Jack Nicholson e il Bane di Tom Hardy. A parte la provocazione, la formula "Marvel" incassa e intrattiene, qui tuttavia si gioca un altro campionato, fatto di autorialità e personalità registica.
Finalmente, dopo anni, Estetica e Etica (nelle declinazioni della Turpitudine e dell'Amoralità) in un cinecomic vanno di pari passo.
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