Recensione: Nuovo Cinema Paradiso
- antoniovalentino5
- 24 mag 2022
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 24 mag 2022
Rotten Tomatoes: 90 %
Voto The House: 8,8

TRAMA

Nuovo Cinema Paradiso è puro scandire le lancette del dopo guerra italiano, ove il peso della storia si intreccia con le pupille sognanti di un picciriddu guidato dall’amata settima arte, il cinema.
Giuseppe Tornatore racconta il progresso storico e cinematografico del nostro Paese tramite la figura di Salvatore Di Vita, illustre regista che vive a Roma. Questi viene informato dalla madre della improvvisa morte di un tale di nome Alfredo. Salvatore, scioccato dalla notizia, rivive in un attimo tutta la sua vita.
Con un meraviglioso flashback (che è un assoluto capolavoro per intensità ed espedienti narrativi) la pellicola procede raccontando l'intera fanciullezza di Salvatore, appassionato di cinema e amante di John Wayne (... e di chi se no?), il quale si "imbuca" (un giorno sì e l'altro pure) nel Cinema Paradiso, unico svago per il paese, mentre il proiezionista Alfredo, "sacro sacerdote dell'arte del cinematografo", è costretto ad eliminare dalle pellicole le scene considerate anti-cristiane dal prete locale.

Alfredo, padre simbolico e maestro di Totò, insegnerà al picciriddu a trattare il proiettore e, allo stesso tempo, a maneggiare la vita. Salvatore cresce proiettando pellicole su pellicole, imparando dialoghi e scene come "l'Ave Maria", vivendo velocemente la nascita del cinema (e la sua morte...) e, lentamente, la storia della sua vita.
Nel rapporto magnetico che si instaura tra Salvatore e Alfredo si staglia inoltre una figura femminile, Elena, amore bello, impossibile (e anche un pò noioso, ad essere totalmente sinceri).
NCP, UN CULT

Nuovo Cinema Paradiso è un cult del cinema mondiale; vincitore di un Oscar al Miglior Film Straniero nel 1990, è considerato uno dei film italiani più influenti della storia del nostro cinema e non solo.
Il film si divide (quasi imperfettamente) a metà: una prima splendida parte, con Salvatore bimbo simpatico e talentuoso che vive in una Giancaldo che pare il centro del mondo e una seconda parte esageratamente hollywoodiana, troppo ariosa e un pò melensa, di certo meno caratteristica e interessante rispetto alla Baaria (per rimanere in tema Tornatore) della prima parte.

Il ruolo di Alfredo (depositario di quel "so tutto io" che, tuttavia, non dà mai tedio) è interpretato dal magnifico Philippe Noiret.
Il ruolo di Salvatore adulto, fu dato a Jacques Perrin, il quale sembra soffrire maledettamente il confronto sia con il Salvatore bambino (Salvatore Cascio, una sorta di Shirley Temple mancato) che con il Salvatore adolescente (uno splendido Marco Leonardi). Perrin risulta poco credibile sin da subito, quasi fosse una monade totalmente a sè stante rispetto agli altri due interpreti di Salvatore.
Nel casting per il ruolo fu considerato anche Gian Maria Volontè, il quale probabilmente avrebbe donato quella veracità mista a sicilianità (come ad esempio in "Indagine su un Cittadino al di sopra di ogni sospetto", Elio Petri) che manca totalmente all'attore francese (e si penserà... "grazie al cà, stai a parlà de Giammaria Vuluntèè").

Tra gli infiniti personaggi in scena, sono emblematici i cittadini; si ripropongono i convenzionali paesani che si mostrano come personaggi in cerca di autore, i quali ricalcano i vari aspetti della società (vizi e virtù, Sodoma e Eden) e i suoi intrinseci valori: il prete censore, il pazzo, la prostituta, la madre vedova, i borghesi che sputano sulla masnada plebea ecc. Li vediamo crescere, evolversi, appassire, con il tempo scandito dalle meravigliose pellicole proiettate dal Nuovo Cinema Paradiso.
INTERPRETAZIONE DEL MAGNIFICO FINALE

In una seconda parte per lunghi tratti disorganica, spicca la scena finale, autentico riassunto del cult di Tornatore. Salvatore visiona l’ultimo saluto del "padre" Alfredo, il quale gli dona il montaggio di tutti i baci cinematografici che aveva censurato in passato su ordine del prete di paese.
La commozione è inevitabile, sia sul volto del protagonista che sul nostro, poichè si chiude un cerchio: la riscoperta delle origini, la soddisfazione del raggiungimento del proibito, lo stupore e l'entusiasmo di un mondo visto dagli occhi di un bambino, un mondo hic et nunc (senza bisogno di altro, senza bisogno di riconoscimenti esterni...).
Tornatore, tramite gli occhi commossi di Salvatore, ci lascia con un punto di vista interessante; sono certamente rispettabili le parole paternalistiche di Alfredo quando Salvatore lascerà definitivamente il piccolo paese di Giancaldo:

Tuttavia la scena finale sembra suggerire un pensiero più armonioso e complesso. Voltarsi indietro, se significa vivere nei ricordi che ci rendono felici, rischia di essere l'unica scelta. Una camera da letto con i poster di Henry Fonda, Greta Garbo e James Stewart é forse tutto ciò di cui si ha bisogno per vivere, a che serve andare alla ricerca spasmodica di altro? Alla ricerca cieca e vanitosa di gloria così infima rispetto alle cose davvero importanti? Chi ha detto che non si può vivere di ricordi?

Meritiamo di essere felici... anche se questo significa rimanere fermi in una sala di cinema impolverata, creata alla fortuna in una chiesa di un paese di appena cento anime. Ed è profetica la madre di Salvatore: "Tu assomigli a me, sei troppo attaccato alle tue cose...la fedeltà é una brutta cosa, se sei fedele sei sempre solo". In un mondo che viaggia alla velocità di una incalzante Cavalcata delle Valchirie, il film lascia una sensazione di sempiterna serenità nel pensare all'infanzia e alle adamantine cose quotidiane e scontatissime. E' il riscatto della stasi e della banalità dell'ordinario.

E' forse tempo di rivalutare i fallimenti e ricordare che siamo stati tutti, almeno per un momento, dei piccoli Salvatore, impegnati in un valzer con la vita che prescindere dagli eventi e dal peso dell'autocritica (inteso, Guido Anselmi?).
Considerazioni molto interessanti e prosa davvero gradevole. Bravo Antonio!