Recensione: La Fiera delle Illusioni
- antoniovalentino5
- 23 mar 2022
- Tempo di lettura: 4 min
Rotten Tomatoes: 80 %
Voto The House: 6,6
Attualmente disponibile su: Disney +

La Fiera delle Illusioni è la storia di fantastici demagoghi dell'incanto. Ascesa, smascheramento e declino sono le tre fiere di un racconto tanto reale (ed in questo Del Toro è chiaro fin dall'incipit, non vi è niente di magico, solo manipolazione apparente dell'esistente) quanto drammatico. In tale triade si stagliano incantatori di serpenti in smoking e tacchi di lusso. L'etica é perduta, così come lo charme vero, quello delle cose che davvero contano.

Il film è una tragedia divisa su due atti: il primo si svolge presso la fiera di periferia e ci mostra le origini di Stan Carlise (Bradley Cooper) e dei suoi trucchi di mentalismo, il secondo si svolge presso le ricche case borghesi e ci rivela le conseguenze inevitabili dei trucchi e delle bugie messe in atto da Stan.
La dicotomia dei due atti é caratterizzata da stili diametralmente opposti, quasi fossero appartenenti a due pellicole assolutamente distinte. Purtroppo tale differenza impattante tra i due segmenti attenta la sistematicità della narrazione, la quale lentamente perde di interesse.
La prima parte ha un registro decisamente superiore: é felliniana ("La Strada") ed é caratterizzata da una fotografia magnifica e dark, in pieno stile Del Toro (con alcune ambientazioni surreali, come il tunnel di occhi nel circo degli orrori).
La seconda é, al contrario, più standardizzazione del noir classico, dove lo spettatore non può che percepire una perdita importante di autorialità. Mentre nel primo atto la regia di Del Toro sembra essere protagonista del film, nella seconda pare volersi nascondere per dare spazio alle ottime interpretazioni di Bradley Cooper e Cate Blanchett. Nel momento in cui si accede al secondo atto, si squarcia il velo di Maya dell'illusione e si entra nell'empirico cittadino, negli ingranaggi che costringono il mondo in una morsa, là dove stagnano in religioso silenzio i veri "gargoyle", ove la corruzione morale avanza e la magia lentamente scompare (o, meglio ancora, ci viene mostrata per quello che é realmente, un trucco per gonzi). E la pellicola diviene quindi noir cupo, psicologico, a tratti moralista. La trama del secondo atto rimane certamente interessante tuttavia, per quanto la fotografia e le scenografie mettano in gioco tutto il mestiere del regista messicano, Del Toro sembra (con il passare dei minuti) smarrire quell'anelito di autenticità che aveva sapientemente portato in scena nel primo atto della tragedia.
Discorso a parte merita l'ultima scena, di una bellezza violenta e ineluttabile rispetto a tutto il secondo atto, la quale é finalmente marchio di un regista che per metà del film pare sia stato costretto a raccontare una storia senza esserne pienamente convinto, quasi solo per esigenza di arrivare in maniera coerente al magnifico finale.

Le fiamme ardenti di dolore, una sigaretta masticata per noia o per necessità ed una patetica fiera di periferia.
Del Toro alterna questa triade di elementi sullo schermo tanto da farli divenire luoghi e gesti ricorrenti e colmi di disperazione. In scena vi è una metafora della vita in fondo, quel che siamo e le piccole vittorie ottenute su questa terra scarna ci riportano sempre sulla linea di partenza. Come Achille con la Tartaruga, per quanto i nostri sforzi siano efferati e per quanto si riesca ad avvicinarsi alla chiave di (s)volta delle nostre esistenze, ci separa sempre una distanza infinitesimale (e, tuttavia, abissale) dal cambiare la nostra pista e dal metterci in competizione non più con una tartaruga (simbolo dell'impossibilità di pregresso e svolta umana), bensì con una lepre (simbolo di evoluzione e cambiamento profondo).
Dove rifugiarsi allora per dare un senso a tale nichilismo? Basterebbe l'affetto dell'autenticità del sentimento umano, il quale spesso per Del Toro rappresenta l'unica ragione salvifica di vite abuliche?

La fiera delle illusioni (che giá Edmund Goulding nel 1947 aveva deciso di trasporre in un film con Tyron Power e Joan Blondell), é declinazione curata e intelligente (forse fin troppo accondiscendente per un regista come Del Toro?) degli stilemi noir.
Amore e orrore appaiono come Orfeo ed Euridice (o, nella estremizzazione negativa, Apollo e Dafne del Bernini), impossibili da scindere poiché ognuno perde le sue forme in favore dell'altro.
Da spettatore avrei voluto che il film terminasse all'ultimo giro di carousel che vede protagonisti Stan e la dolce Molly (Rooney Mara), ultimo atto di sincerità, prima che ananke (il fato) faccia le proprie mosse e, come un asso in una mano tra amanti, pigli tutto.

La pellicola, aldilà dei difetti palesati, lascia la consapevolezza che la vita votata al denaro sia maledetta tanto quanto la vita del reietto, poiché entrambi stagnano in una prigione (sia essa di oro o di sterco).
Del Toro ci dona una prospettiva privilegiata, quella dei millantatori; chiudiamo un attimo gli occhi e fermiamoci a fare un esperimento: se nel guardare il film ci siamo sentiti a disagio nel mare di bugie degli illusionisti, forse vi é ancora qualcosa di umano ed innocente in noi; viceversa, se riusciamo ad immedesimarci con Stan e giustifichiamo le sue scelte irrazionali, forse siamo uomini bestia in cerca solo di un circo degradato ove esibirsi.
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