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Il Riflesso del Cinema: Porcile

  • Salvo
  • 18 apr 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

Rotten Tomatoes: 56 %

Voto The House: 7,5

(Ugo Tognazzi in "Porcile", 1969)

Come "Joker" (2019), che converte in violenza il suo originario e pacifico progetto di vita in risposta ad una società che lo abortisce con noncuranza, così il Cannibale (Pierre Clémenti) e Julian (Jean-Pierre Léaud) nel film "Porcile" indicano ulteriori modalità di protesta messe in atto dall’emarginato.

La Società Odierna


(Pier Paolo Pasolini mentre gira "Porcile", 1969)

Nella società può integrarsi solo chi si fa portatore di una visione “media”, che è poi quella espressa dalla maggioranza, poiché rassicurante e priva di valore eversivo, smussata per quanto possibile dei suoi picchi di originalità o di bizzarria, meglio ancora se sintetizzata in numeri o codici, poiché più facile da essere studiata nei suoi comportamenti e, perché no, manipolata nella giusta misura.


Il conformismo, le strategie di mercato o quelle delle ideologie, sia politiche che religiose, perfino l’applicazione inflessibile di una ragione fredda ed inesorabilmente priva dei minimi requisiti di sentimento, si basano ed acquistano potenza gestendo i grandi numeri.


Si ignora o si fa finte di ignorare, in tal maniera, chi decide di cantare fuori dal coro, consumatore mancato, elettore perduto, fedele rinnegato, cittadino obliato, ignorante patentato, tutte etichette che schiacciano inevitabilmente l’uomo, il ribelle, in categorie in cui sfuma quel quid di personale che rifiuta l’assoggettamento ai più.


Strategie della ribellione


(Pierre Clémenti in una scena di "Porcile", 1969)

Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”, questo è il grido ripetuto come un mantra dal cannibale mentre il potere costituito, una volta acciuffato, lo porta a morire sbranato dai cani. Potente allegoria, quella del cannibale, così come la zoofilia di Julian; abnormi e disgustosi atti tesi a ribadire il netto rifiuto del singolo a far parte di una società, quella dei padri, la cui forza coarta, stringe, stritola con il suo ferreo ed inalterabile deposito di leggi, convenzioni, morali e visioni della vita che rivestono carattere volutamente apodittico.

Disgustosi, si diceva, ma sono paradossi per protestare con potenza contro una realtà segnata da inesorabile conformismo, da un pensiero che ci vuole oggetti per meglio operare con le sue oscure transazioni, da un potere nullificante che azzera l’immaginazione poetica, quella capacità cioè di cura e attenzione che la nostra migliore parte attinge dal patrimonio della vera umanità e che spinge tutti noi alla vera crescita umana, sia personale che collettiva.


Il Vero Orrore

(Scena dal film "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pier Paolo Pasolini, 1975)


Questo è la vera non realtà che si vuole denunciare e l’orrore del sangue umano, il suo cibarsi da parte del Cannibale è forse più orrido delle cacce alle streghe, delle fosse comuni, dei forni crematori, dei gulag, delle persecuzioni, delle stragi di stato, delle distruzioni di massa su cui si fondano legittimamente i regni, le nazioni, gli imperi?

E’ più disumano, si diceva, di un consumismo anestetizzante, di una tecnica ormai svincolata da qualsiasi scrupolo etico, di una economia aggressiva che stritola i più poveri, di una politica vassalla degli interessi dei pochi, di un pensiero che si vuole aggressivamente totipotente e reifica continuamente l’umano? “Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia”, questo è il grido del rivoltoso, di chi va a morire preservando la sua natura originaria che è quella che va in senso contrario, ostinatamente contrario.


Lo scandalo, cioè la pietra di inciampo, varrà pure qualcosa, servirà pure a far riflettere, nel suo orripilante paradosso, che altri sono gli scandali che ha prodotto l’Umanità, spesse volte anche più subdoli di quelli già citati.

"Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati"

(Ugo Tognazzi e Alberto Lionello in una scena di "Porcile", 1969)


Klotz (Alberto Lionello) e Herdhitze (Ugo Tognazzi), capitani d’industria che ben rappresentano il Capitalismo feroce, quello che basa la sua fortuna sulle planetarie disgrazie dei popoli, sono i degni rappresentanti di quel potere che nel suo sfrenato guadagno non risparmia nemmeno i propri figli. Julian, rampollo di Klotz, delude continuamente il padre per il suo tiepido carattere, per la sua incapacità di obbedire che di disobbedire, tenendosi adeguatamente alla larga dallo scontato matrimonio tra ricchi, rifuggendo disilluso l’altrettanto ruolo del giovane rivoluzionario per gioco; ama intrattenere rapporti intimi con i maiali, certamente più degni dell’umanità degradata che lo circonda.

L’estrosità della vicenda non induca a scomposti moti d’animo, il segnacolo del suo rifiuto addita il livello infimo in cui si situa la sfigurata umanità; a lui, come al Cannibale, si applicano a ragione alcune illuminanti e convincenti parole di Bertolt Brecht: ”Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati”.

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