Il Riflesso del Cinema: Melancholia
- Salvo
- 7 apr 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Rotten Tomatoes: 80 %
Voto The House: 8,1
Attualmente disponibile su: Amazon Prime Video

Con il termine "Melancholia" il regista Lars von Trier gioca in ambiguità, poiché così si chiama il minaccioso pianeta pronto a schiantarsi sulla terra e così si definisce una grave forma di depressione, in cui l’individuo perde interesse sia per sé che per il mondo.
Il film è diviso in due parti, di cui la prima ci rende noto del disagio esistenziale della protagonista, Justine (Kirsten Dunst), la cui depressione si riversa impetuosa e prepotente fuori dagli argini di qualsiasi controllo proprio nel giorno del suo matrimonio, mentre la seconda ci informerà non tanto sulle condizioni cliniche di Justine, che comunque peggiorano progressivamente, ma sulle modalità con cui la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) affronterà la spaventosa notizia che un pianeta, nel suo orbitare, potrebbe cadere sulla Terra distruggendola.

Il dittico così composto descriverà in un microcosmo, che non risparmia alla visione le solite meschinità e pochezze che regolano i rapporti umani, anche quelli più stretti, mentre la seconda parte assumerà, invece, un afflato cosmico in cui i destini personali si intrecceranno inestricabilmente con quelli universali e le ansie di Claire simboleggeranno quelle dell’Umanità. Non si creda che le due parti siano, però, tra loro slegate poiché esse comunicano attraverso vie segrete o manifeste, fondendosi in un discorso che si compatterà progressivamente in unità di senso su uno sfondo concettuale rappresentato dalla convinzione che sia vera e pienamente efficace la legge di analogia espressa nella Tavola di Smeraldo, scritto ermetico-sapienziale, che così recita: “Come in alto così in basso…” legge che dà conto del legame indissolubile che esiste tra il microcosmo (l’uomo) ed il macrocosmo (universo).

Si potrebbe aggiungere, a tal proposito, che "Melancholia" sia anche una incisione a bulino, alquanto misteriosa per il suo simbolismo esoterico, dell’artista rinascimentale Albrecht Durer; lì un angelo meditabondo, per non dire malinconico, è alle prese con diversi oggetti appartenenti al mondo dell’alchimia, pratica filosofale dominata dal pianeta Saturno, legato non solo alla conoscenza ma anche al sentimento della malinconia e, di conseguenza, al temperamento malinconico; non si sbaglierà quindi a pensare che il film sia anche una potente meditazione sulla depressione e sui suoi effetti. Persiste, infatti, l’impressione che tutta la seconda parte del film, in cui si paventa l’eventuale distruzione della Terra, non sia in fondo che una metafora della devastazione spirituale di Justine, la rappresentazione dell’inevitabile implosione del suo mondo, il suo compiuto sogno; così come si potrebbe altrettanto dire che la prima parte, nei suoi aspetti prettamente biografici, sia metafora di un universo che ha perso significato, consegnando l’uomo ad un vero e proprio non sense (diventando l’uomo il sogno dell’universo?), ad una autentica vocazione all’inutilità.

(Melancholia, Albrecht Durer)
A cosa servono, infatti, le razionalissime osservazioni astronomiche di John (Kiefer Sutherland) e le sue puntuali risposte consolatorie all’ansiosa moglie Claire, così come la soluzione spiritual/estetica di Justine con la sua “Grotta magica”, se non a rivestire una nuda e scabra esistenza che rimanda continuamente, più che alla morte, all’assenza di significato della vita?

Conclusione, in estrema sintesi, di un disagio esistenziale che ricalca in piccolo quello di una umanità che allontana da sé lo spettro del non sense rifugiandosi nella Ragione, nella Scienza, nell’Arte o nella Religione. Se la maschera cade, però, si svela la progressiva inanizione per consunzione di un umano che non sa o non può trascendersi, come il preludio wagneriano del Tristan und Isolde, profuso nei primi minuti del film come sottofondo ad una complessa e riassuntiva simbologia. Rimane irrisolta la rappresentazione della fusione e morte degli amanti, poiché non c’è amore di cui rendere conto; nondimeno, viene pienamente risolta nella sua assenza di significato la desolazione della morte.
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